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La funzione di tutela delle norme giuridiche propria del moralismo filisteo

Il moralismo è quell’atteggiamento verso gli altri uomini con cui si giudicano i comportamenti individuali sulla base di un senso astratto di giustizia condito coi concetti assoluti del bene e del male, del giusto e dello sbagliato i quali perlopiù derivano da una concezione finalistica dell’esistenza nel viver la quale è implicita l’esigenza di collaborare religiosamente alla realizzazione di un fine comune corrispondente alla volontà di un ente immateriale ed extra sensoriale che nel corso dei secoli ha preso forme e nomi diversi quali dio, la ragione, lo spirito e lo stato. E’ da segnalare inoltre che l’interpretazione di tale volontà è stata da sempre prerogativa di una classe ben specifica di uomini i quali utilizzando l’intelletto come strumento di guadagno sono riusciti a frapporsi tra governanti e governati in una posizione di privilegio rendendo così la cosa quantomeno sospetta.

Tuttavia per capire bene come storicamente nasce il moralismo nelle persone non è sufficiente prendere per buone le favole, bisogna spingersi oltre e valutare i rapporti sociali di base che vengono scambiati tra le classi fondamentali prima introdotte e che sono: la classe dominante o governante ovvero quella organizzatrice dell’economia per il tramite della proprietà dei mezzi di produzione, la classe dominata o governata ovvero quella produttrice delle merci oggetto di scambio attraverso la trasformazione della materia per il tramite dei mezzi e degli strumenti tecnici di produzione e infine quella intellettuale ovvero quella giustificatrice dei rapporti economico-sociali in atto tra dominante e dominata per il tramite della quale le norme di comportamento – diventate nel frattempo norme giuridiche attraverso la politica della classe dominante – favorevoli al mantenimento della struttura sociale e allo sviluppo economico secondo una direttrice assumono o perlomeno provano ad assumere un aspetto razionale ad interesse condiviso – di aderenza dei mezzi applicati per il fine dichiarato di sviluppo economico collettivo – anche per la classe dominata che quindi a seguito di quest’opera di convincimento fatta dagli intellettuali si assume sia portata a seguire quelle norme per volontà e non più solamente per coercizione esprimendo così il proprio consenso. Siccome però nella classe dominata è molto forte la spinta per uscire dallo stato di subalternità – soprattutto nello strato di elementi che la compongono in maniera per così dire incosciente e incoerente, nel senso che essi non credono di farvi parte o se lo sospettano giustificano questo fatto come momento temporaneo di apprendistato, come gavetta – succede che per mettersi in mostra agli occhi di quella dominante essi competano tra di loro sul piano ideologico non solo ripetendo pappagallescamente la fondatezza di quelle norme nel modo proprio degli asini che oggi possiamo sentir orare nelle televisioni o sui giornali, ma anche sublimando la razionalità in sentimento passionale talmente forte da fargli emettere giudizi di valore assoluto sulle persone che violano le norme ottenendo così dal loro punto di vista il duplice risultato di dimostrare un’educazione adatta al compito di organizzare le masse e di mettere fuori gioco la concorrenza avendola denigrata socialmente. La classe dominante, conscia di questa situazione ad impatto immediato sull’andamento delle cose comuni, sfrutta questo modo di fare alimentando le credenze popolari che ne stanno alla base con l’offerta a buon mercato di romanzi storici in cui i protagonisti essendosi distinti per qualità morali tra gli elementi del proprio raggruppamento vengono premiati con il passaggio agli agi della vita altolocata ciò che poi instaura anche il sentimento di rettitudine su base patrimoniale in coloro i quali di fronte all’auditorio si spendono in strali moralistici.

Così configurato pare dunque possibile affermare che il moralismo in scienza politica per le funzioni a cui assolve si configura essere quello strumento di difesa che nella scienza militare corrisponde all’esercito di riserva durante la guerra di posizione. Come la riserva è chiamata ad arrestare l’avanzata del nemico in sostituzione della prima linea caduta al fronte così il moralismo è chiamato a fornire quel paracadute sentimentale e passionale alle norme giuridiche una volta che la loro razionalità si è dissolta. Nella fase moralistica di una società, che molecolarmente si ripete o può ripetersi per singole questioni politiche momentanee (ciò che sta avvenendo per esempio nell’affare djokovic a proposito delle leggi sul vaccino), possiamo trovare quindi una risposta al problema dell’egemonia posto da vladimir ilic tramite la quale la classe dominata senza riguardo alcuno per i fatti compete nel sottolineare la fondatezza delle norme imposte dalla classe dominante tirando in ballo un indefinito senso di giustizia e fornendo così il fianco a sistemi assoluti che travestiti da democratici inaspriscono l’oppressione senza alcuno scandalo nell’opinione pubblica. Ne risulta che una guerra contro questi regimi è impossibile possa essere combattuta vittoriosamente fintantochè essa non considererà fondamentale anche la lotta per una nuova cultura la quale necessariamente dovrà essere depurata da ogni tipo di pastura governativa e confindustriale contro la quale invece dovrà reagire risolutamente.

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