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A proposito del rapporto tra arte e tecnica

Preso atto dunque che il pressapochismo servile configura già di per se come miracolo la capacità di portare a termine compiti anche dei più banali quali inviare una mail o conoscere il nome dei propri dipendenti non rimane che porsi in rapporto artistico sia con la tecnica per sostituire l’abilità di trasformare la materia con l’abilità di suscitare l’impressione di saperlo fare sia con la politica per evitare attraverso l’emozione estetica il confronto tra le direttive aziendali e la realtà in uscita da esse ciò che potrebbe sostenere il dubbio della loro dipendenza da scopi principalmente educativi e non strettamente produttivi al fine di non perdere nella popolazione l’abitudine al rispetto della catena gerarchica di comando, fatto che per chi sulla distinzione confindustriale tra pubblico e privato ha costruito la propria estraneità alle dinamiche di governo implicherebbe una più che sospetta coincidenza burocratico-militare con lo svolgimento degli apparati statali. In aggiunta si consideri come ogni critica su base empirica della realtà organizzata dagli esteti non essendo stata elaborata seguendo i criteri del sentimento e della passione automaticamente venga vissuta socialmente come eretica, ovvero come atto di insubordinazione alla proprietà che ha deciso di porre rimedio al pressapochismo servile attraverso l’estetismo autoritario e ottenendo i risultati testimoniati dal confronto con il livello di economia o se si vuole di civiltà raggiunto dalle altre nazioni con tradizione europea cosmopolita.

Da questa strategia nascono alcune delle abitudini che si possono osservare omogeneamente distribuite nella penisola quali ad esempio: a) la necessità di difendere piccoli e grandi privilegi di casta assicurandosi tramite le associazioni di categoria che il governo ponga un freno giuridico allo sviluppo del mercato e dell’economia accentuando così il subordine alla dirigenza in quanto è grazie alle leggi e non grazie all’eccellenza se si riesce a salvaguardare i posti di lavoro (fase economico-corporativa dello stato sul tipo feudale); b) l’ipocrita e stomachevole giaculatoria verso gli illustri colleghi che ripete in ambito morale quanto appena descritto in quello giuridico, da cui nasce anche il modo di fare della massa degli impiegati i quali danno sovente l’impressione di muoversi con passo d’elefante dentro una cristalleria di boemia per il timore che hanno di fare qualsiasi mossa fuori dal perimetro della tradizione pressapochista e che effettivamente metterebbe in pericolo di crollo il castello di carte; e c) l’ostilità proveniente da b verso qualsiasi forma di innovazione intellettuale prima che tecnica o scientifica proveniente necessariamente dalle nuove generazioni le quali di fronte a tanta irrazionalità non possono che sentirsi cadere la terra da sotto i piedi perchè di tutto questo a scuola mica se ne era fatto cenno.

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